
Percorriamo col fresco un sentiero sassoso che attraversa un
parco eolico – così viene definito – senza però alcuna pala eolica. Sul libro
di Wu Ming 2 c’è parecchio per farsi una cultura su questo impianto (ma le pale
c’erano ancora, al momento della pubblicazione del libro).
Finito il sentiero ci aspetta una strada asfaltata che
digrada sino a Madonna dei Fornelli. Da qui inizia realmente la tappa numero 3. È ancora molto
presto, non c’è ancora caldissimo e ci sentiamo tutti piuttosto bene, a parte
le vesciche che hanno già cominciato a mietere qualche vittima, e il ginocchio
di Fillo (operato due volte) che comincia a dare i primi segni di allarme.
Affrontiamo la salita verso il Monte dei Cucchi con una spinta insolita.
Da qui in poi rimaniamo in quota con saliscendi tollerabili,
e ci capita persino di concederci un riposino, svegliati dalle vacche al
pascolo, distanti da noi solo poche decine di metri.

Poi arriva il momento delle Banditacce, l’ultima vera salita
della giornata, di certo la più lunga e difficile. Riusciamo ad arrivare in
cima, ognuno con i suoi tempi. Improvvisiamo un pranzo e un sonnellino e verso
le tre siamo di nuovo pronti per rimetterci in marcia. Proprio mentre ci
prepariamo, veniamo sorpassati da due ragazzi e una ragazza, che avevamo
intravisto accampati prima dell’ultima salita. Ci salutiamo, come è giusto fare
tra chi cammina nei boschi. Nessuno lo dice, ma tutti immaginiamo di aver
finalmente individuato Katia.
Da qui in poi si scende seguendo Traversa (che è già in Toscana), a pochi
minuti di cammino dal passo della Futa. Arriviamo in paese alle cinque e non
possiamo crederci. Le cinque? Ma come? Abbiamo sbagliato qualcosa? Come abbiamo
fatto a fare così presto?

Entriamo nella Rulot. È davvero in pessime condizioni ma non è il caso di fare gli schizzinosi.
Facciamo un gomitolo dei lenzuoli pieni di peli e li infiliamo in uno scaffale.
Sui due materassi potremo mettere i nostri sacchi a pelo e dormire sul morbido
e al riparo dalla pioggia. C’è posto solo per due di noi, agli altri toccherà
la tenda, che abbiamo il permesso di montare proprio accanto. Stanotte
decideremo il da farsi.
Ovviamente è il caso di cenare da Jolanda, e magari di
scolare prima una birra per togliersi la sete e godersi finalmente una
mezzoretta di riposo per noi e per i nostri muscoli sfiancati. La verità è che ci sentiamo un po' in colpa, sappiamo che
la prossima tappa sarà lunga quasi 30 chilometri e una parte di noi vorrebbe
continuare a camminare per avvantaggiarsi. Ma dopo l’offerta della Rulot,
nessuno ha davvero più voglia di mettersi in cammino.
Lei e i suoi due amici hanno fatto un altro percorso
(probabilmente hanno sbagliato strada, come del resto è già capitato più volte anche a noi) e sono arrivati in paese
solo ora. Anche loro devono aver letto di Jolanda sul libro di Wu Ming 2.
Annuisco a metà tra l’imbarazzato e lo stupito e le chiedo se per caso si
chiama Katia. Scopriamo che in realtà si chiama Elena e che lei e i suoi amici
stanno facendo il nostro stesso cammino. Raccontiamo la faccenda
della croce, del quaderno di vetta, e anche loro dicono di aver notato il nome
Katia. Il mistero si infittisce. Chissà chi è? Chissà chi sei, Katia!
Si siedono accanto al nostro tavolo e si crea una strana atmosfera da amici-non-amici. In parte chiacchieriamo, in parte vogliamo conservare la nostra indipendenza. Ceniamo praticamente insieme, ma senza mai unire davvero i tavoli. Mi viene in mente la frase “convergenze parallele” e penso che in fondo non sia poi così sbagliato: certo, accogliere e incontrare e condividere sono parti fondamentali di un Cammino. Ma ognuno ha le sue motivazioni, i suoi modi. Davanti al quarto bicchiere di vino rosso penso che gran parte del Cammino stia su questo confine: da una parte la disposizione all’incontro e al coinvolgimento, dall'altra la capacità di rimanere fedeli al proprio passo.
Si siedono accanto al nostro tavolo e si crea una strana atmosfera da amici-non-amici. In parte chiacchieriamo, in parte vogliamo conservare la nostra indipendenza. Ceniamo praticamente insieme, ma senza mai unire davvero i tavoli. Mi viene in mente la frase “convergenze parallele” e penso che in fondo non sia poi così sbagliato: certo, accogliere e incontrare e condividere sono parti fondamentali di un Cammino. Ma ognuno ha le sue motivazioni, i suoi modi. Davanti al quarto bicchiere di vino rosso penso che gran parte del Cammino stia su questo confine: da una parte la disposizione all’incontro e al coinvolgimento, dall'altra la capacità di rimanere fedeli al proprio passo.
La serata finisce con l’Oste che beve diverse grappe insieme
a noi perdendosi in aneddoti alcolici su tedeschi ubriachi, camminatori esausti, sconosciuti che
ha aiutato e sconosciuti che lo hanno aiutato. Siamo un po’ annebbiati quando
torniamo alla Rulot. Forse i segni biancorossi del Cai ci avrebbero aiutato a ritrovarla più in fretta. E probabilmente camminiamo un po' di traverso, arricchendo di significati il toponimo di questo paesino. Izzo e Piccio scelgono la tenda: non piove ormai più e forse il pericolo di prendersi pidocchi o altre malattie è più forte dentro che fuori. Io e Fillo gettiamo i sacchi a pelo sui due materassi
e per oggi la giornata finisce qui.