
Sono le sette e un quarto.
Fillo ci aspetta nel parcheggio,
come ci aveva detto al telefono un paio di giorni prima. Non avrei scommesso
che si sarebbe davvero fatto trovare. Il suo zaino è una carcassa tenuta
insieme solo da nodi, cicatrici, moschettoni e forza di volontà. È come se
tutti i chilometri macinati tra viaggi e avventure gli si fossero insinuati tra
le fibre, intaccando i tessuti e corrompendo le cuciture, sfibrandolo dall’interno
come un’oscura malattia esotica. Legato dietro al collo, un cappello di paglia
dai bordi mangiucchiati. Sembra un
pirata di terra, Fillo, con la sua aria da reduce e la sua gamba malconcia. Ti
aspetteresti di vedergli piombare sulla spalla un pappagallo, e non sbaglieresti
di molto, perché Fillo ha davvero un pappagallo come animale domestico, che di
sera gli si accuccia sulla pancia proprio come farebbe un gattino affettuoso.
- Allora siam pronti? – dice mentre sale in macchina – ho
buttato dentro stamattina un po’ di cose alla veloce, direi di avere tutto. A
che ora parte il treno?

Io e
Izzo ci prepariamo da settimane per questo viaggio. L’idea
mi è venuta leggendo
un libro e gliene ho parlato. Abbiamo iniziato a immaginarlo, a pianificarlo, a costruirlo. Abbiamo persino fatto la nostra
brava lista della spesa, eliminando con un rigo di penna ogni voce che
trasferivamo dagli scaffali ai nostri zaini (pure quelli, a dire al vero,
inclusi nella lista degli acquisti). Torce? Prese. Mantella per la pioggia? Ce l’ho. Carne in scatola? Tonno? Tenda?
Scarpe? Cerotti per le vesciche? Crema protettiva?
Izzo ha la testa appoggiata al finestrino della macchina. L’ho conosciuto
quando sono tornato a vivere in Emilia. È un programmatore informatico che
ascolta heavy metal, ha letto tutto Lovecraft, è un’enciclopedia vivente
sugli zombie e ha un talento spiccato per le materie artistiche. Come riesca a far convivere questi campi, per me resterà sempre un mistero. Immagino occorra tanta energia quanta ne serve per tenere insieme lo zaino di Fillo. In un film scritto da uno sceneggiatore americano, Izzo sarebbe il personaggio che dietro agli occhiali da vista nasconde un'anima tenebrosa, e che da un momento all’altro può impazzire e farci fuori tutti. Per fortuna non siamo in un film, e il suo cappello da
avventuriero made in Quechua (che mi vanto di avergli sconsigliato) è il
dettaglio fuori posto che ce lo conferma.
Siamo in Stazione. Salutiamo la mia ragazza e andiamo verso
le macchinette dei biglietti, giusto in tempo per imbatterci in una bella
donna, bionda e abbronzata, che si avvicina a un senza tetto gettato in un
angolo, con solo un trolley come casa. Lo guarda accennando al suo appartamento
con ruote e maniglia e gli dice «Beh, ci stiamo preparando per una vacanza?» per
poi sparire tacchettando senza nemmeno osservare il suo sorriso malinconico. Non
so cosa volesse esattamente dirci il Viaggio facendoci assistere a questa scena.
Di certo ci viene una gran voglia di andarcene via subito.

In treno ci aspetta
Piccio, partito da Reggio Emilia. Fillo e Piccio si stringono la mano, non si
erano mai visti. In quanto a me, Izzo me lo aveva presentato qualche sera
prima, davanti a un hamburger più grande della mia faccia. In quello stesso film,
scritto da quello stesso sceneggiatore, Piccio sarebbe la nemesi di Fillo:
combattono la stessa guerra, si affidano alle stesse tecniche, conoscono gli stessi
trucchi, ma lottano per due eserciti opposti. Dove Fillo è improvvisazione e intuito,
Piccio è meticolosità e precisione. Ha percorso chilometri in America, in
Madagascar, in Irlanda e sulle nostre Alpi, e ha scelto da tempo il suo
schieramento: l’organizzazione assoluta. È lui che ci ha suggerito quale tipo
di zaino preferire, quali scarpe scegliere, quali elementi non dimenticare mai
e quali invece lasciare a casa per evitare che lo zaino pesasse troppo. Ci ha
persino accuditi in un giorno di spesa.
Scendiamo a Bologna. Da qui in poi, fino a Firenze, i soli
mezzi di trasporto saranno i nostri piedi.